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Mar 06

I malcontenti

Postato da Francesco il 6 Marzo 2010, nella categoria Segnalazioni.

Stavo leggendo 2666, di Roberto Bolaño, solo poi è uscito Dioblù, di Paolo Colagrande, allora l’ho preso, mi son messo lì a leggerlo, solo poi è uscito I malcontenti, di Paolo Nori, l’ho preso, son qui a leggerlo.
E a leggere I malcontenti, di Paolo Nori, una cosa che ho pensato subito, è che c’è molto di me, in questo libro, c’è se posso dirlo una sensazione e uno stato d’animo che è mio e, forse, di molti altri, che a spiegarlo non è facile, ma che in qualche modo ha a che fare con il sentirsi inadeguati, anche se viene da chiedersi rispetto a cosa, ci si sente inadeguati, ma per spiegarmi, se è possibile, è una cosa che ha a che fare con il fatto che probabilmente, io, e, probabilmente, molti altri, “i momenti in cui il nostro andare ha avuto un senso sono forse una frazione minuscola dei momenti complessivi della nostra vita”.
È una cosa, insomma, che ha a che fare con i momenti in cui il nostro andare ha un senso.
E poi, è inevitabile e lo so, nel mondo c’è anche delle persone che non lo sono, inadeguate, che stan bene nel loro ruolo e, soprattutto, stan bene nel mondo, ci stanno in un modo che noi, pensarci, non siam capaci, come quando sei in piscina con una bambina di quattro anni e pensi che c’è da stare attenti, a rivestirla, “prima le mutande, poi la maglietta di sotto, poi le calze. Poi i pantaloni, poi la maglietta di sopra, dopo le scarpe”. E quando sei lì in piscina, che pensi quanto c’è da stare attenti, guardare un signore sui sessant’anni che si riveste anche lui e lo fa con una cura e, contemporaneamente, una noncuranza, che si riveste benissimo, come se nella sua vita non avesse fatto altro che rivestirsi, una cosa che ti vien da pensare sarebbe bellissimo, vivere così, come quel signore lì che si riveste, stare al mondo come si deve, e senza pensarci.
Solo, non siam capaci, credo.
E vedere queste persone qui, come dire, si potrebbe pensare che proviamo un qualche sentimento come l’invidia, o qualcosa del genere, e forse è anche vero, però, pensarci, guardare le cose da una prospettiva diversa, come stendendosi sul letto di una bambina di quattro anni, guardare una finestra che non si è mai vista, da quel punto di vista, alla fine, in fondo, non puoi che pensare che son tutte balle.
E poi, volevo dire, questo libro qui non l’ho ancora finito. Per fortuna.

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Gen 31

Gli avanzi

Postato da Francesco il 31 Gennaio 2010, nella categoria Cose mie, Divagazioni.

Quando scrivi una storia poi capita che la rileggi, tagli via delle cose, quelle che non ti convincono, capita poi che le cancelli, quelle cose, e allora ogni storia, pensarci, ha degli avanzi, delle cose che prima erano dentro, la storia, poi son finite fuori, dalla storia, io oggi mi chiedevo dove son finiti, questi avanzi delle storie, se son finiti da qualche parte, io non lo so, e poi dopo oggi mi chiedevo se anche le nostre storie, le nostre storie personali e singole, che è vero che di solito stan dentro delle storie più grandi e universali, ma alla fine rimangono pur sempre delle storie molto personali e molto singole, io oggi mi chiedevo se anche queste nostre storie hanno degli avanzi, delle cose che abbiamo tagliato fuori, magari non ci convincevano, non eravamo sicuri, allora le abbiam tagliate fuori dalla nostra singola e personale storia, e poi mi chiedevo dove son finiti, questi avanzi, se son finiti da qualche parte, io non lo so.

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Dic 26

Io, il mio lavoro

Postato da Francesco il 26 Dicembre 2009, nella categoria Divagazioni.

Io, ogni giorno, col lavoro che faccio, di volti ne vedo tanti, mai però che mi riesca di far due parole con qualcuno, le persone entrano una alla volta, nemmeno sanno che esisto, che son chiuso qui dentro.
Ci fa caldo qui dentro, lo spazio è poco e io sto seduto tutto il tempo, allora alla sera torno a casa a piedi, anche se è lontano, così faccio un po’ di esercizio, che star seduto tutto il tempo mi han detto che non fa bene.
Lavoro soprattutto di mattina presto. Ormai, anche da precario, son degli anni che mi rinnovano il contratto, quando vedo arrivare qualcuno riesco subito a capire come ha passato la notte, di che umore è, a volte cerco anche di immaginare come sarà il resto della sua giornata.
Chi viene da me si avvicina e scosta la tendina, si siede sullo sgabello girevole, controlla che gli occhi siano all’altezza giusta; cerca di assumere un’espressione disinvolta senza riuscirci, non ci riesce quasi nessuno.
Chi viene da me pensa che sia tutto automatico, anche le istruzioni che riceve pensa che siano solo una voce registrata, invece sono io a dirgli cosa fare, è la parte più divertente del mio lavoro; quando sono di buonumore faccio anche degli scherzi, che star qui tutto il giorno, far sempre le stesse cose, ci si annoia.
Poi, dopo le istruzioni, devo solo scattare le foto al momento giusto e il mio lavoro è quasi finito.
Perché quando qualcuno entra nella macchina automatica delle fototessere, quella che si trova nel cortile dell’ufficio anagrafe del Comune in Via Oronzo Massa, dentro ci sono io, a scattare le foto.
Mi piace, questo lavoro, avere un lavoro, di questi tempi, c’è da esserne contenti, anche le poche occasioni che ci son state, non ho mai voluto cambiarlo.
L’unica cosa che non sopporto, di questo lavoro, è star lì a soffiare sulle foto per farle asciugare.

[Non so se vale, visto che è l’adattamento di un vecchio post, ma le idee di Zop (in questo caso un racconto sul tema del precariato) mi piaccion sempre. Questo è il link al post del GioCOCOnCOrso]

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Dic 13

Il vento porta via le orecchie

Postato da Francesco il 13 Dicembre 2009, nella categoria Divagazioni.

Il vento porta via le orecchie, gli disse un giorno il bidello mentre andava via dalla scuola, quando era già quasi sulla strada di casa.
Quella paura, che il vento gli portasse via le orecchie, anche se eran passati degli anni gli era sempre rimasta, tanto che in inverno aveva sempre il cappello calato fin sopra le orecchie e c’era chi scherzava su questa cosa, e anche su altre che lo riguardavano, ma lui sembrava non farci caso, a quegli scherzi.
Lui per la maggior parte del tempo stava in casa, usciva solo, a volte, per bere dei bicchieri di bianco giù in paese e far poi delle fantasticazioni, che era la cosa che gli riusciva meglio, anche se fare delle fantasticazioni non lo portava da nessuna parte, o almeno così gli sembrava.
E a quella paura, che il vento gli portasse via le orecchie, se ne erano nel tempo aggiunte altre, e poi altre ancora. Anche nelle giornate di sole, capitava spesso che in testa gli si aprisse un buco di buio e in quei momenti si può dire che un ipotetico amico, o anche un semplice conoscente, a incontrarlo si sarebbe trovato davanti un io fragile, l’io di un disperso.
Ed era proprio così, che si sentiva, uno che portava in giro l’io di un disperso, uno che stava dentro il suo corpo solo perché non aveva altri posti dove andare.
I giorni che sopportava meno erano i giorni in cui cadeva il natale, ché secondo lui eran proprio dei giorni che cadevano e in cui tutti si sentivano obbligati ad essere felici e a non sentirsi dispersi come di solito erano. Ogni anno così.
Poi è successo che una notte, quasi per scherzo, era seduto in casa, ha iniziato a parlare con le sue paure, loro gli hanno risposto, non se l’aspettava. Gli han raccontato di loro, gli han detto da dove vengono, come scelgono le persone con cui stare, gli han detto che alle volte, ma solo ogni tanto, anche a loro vengon su delle paure, e allora si siedono, iniziano a parlarci, si fan raccontare delle cose, dalle loro paure, poi dopo son più tranquille. Che a parlare, gli han detto, poi dopo si è sempre più tranquilli.
Così, l’ultima notte di natale, giusto qualche giorno fa, ha deciso di uscire, non aveva nessuna paura, gli sembrava di confondersi con il vento, riusciva quasi a volare.

[con un grazie a Sir Squonk, che ha inserito questo post nella annuale raccolta dei Post sotto l’albero]

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Nov 02

Difficile far degli sforzi, per me

Postato da Francesco il 2 Novembre 2009, nella categoria Divagazioni.

No, oggi al lavoro non vado, ecco cosa mi ci vuole, una giornata di riposo, una giornata tutta per me, saranno anni che non lo faccio, una giornata tutta per me. E poi no, non ho nessuna voglia di prendere posta, dopo quel che è successo ieri, la mail che ho mandato, oggi non accendo il computer, ecco cosa mi ci vuole, una giornata tutta per me e una giornata senza accendere il computer.
Sì, ma se non vado al lavoro, in fondo l’ho deciso già ieri sera, che ci faccio, qui, a rigirarmi nel letto alle sette di mattina? Che poi, pensarci, ma vedi a cosa vado a pensare, eppure ci penso, è ormai un anno che Valentina è andata via, da questa casa, e io ancora, ogni mattina, apro gli occhi e mi volto verso il suo lato del letto, anche se sarebbe meglio dire verso quello che era il suo lato del letto.
Lei era quella che aggiustava tutto, non voleva che qualcosa si rompesse, se succedeva, lo rimetteva insieme, quel qualcosa che si era rotto, diceva che bisogna fare degli sforzi, ogni tanto, e incollare i pezzi che sembrano rotti. Due pezzi rotti incollati, sembrano un pezzo intero, anche se un poco più strano.
Io invece, se una cosa si rompeva, subito la buttavo via, sembra un dettaglio, pensarci ora non lo è. Difficile far degli sforzi, per me.
Vado a farmi un caffè, ormai sono sveglio, mentre aspetto che esca, il caffè, magari accendo il computer che ho qui a casa, ma solo per un attimo, poi, è deciso, mi ci vuole una giornata tutta per me, una giornata senza accendere il computer, una giornata di sole, si deve uscire, far cose.
Solo, far cose, non son più abituato, mi sembra.
Guarda qui, sono già le undici e sono ancora al computer.
Mi viene in mente una cosa che ho letto, stava dentro un libro, diceva che il tempo si sente passare. Ma piano, pianissimo. Si sente appena appena. Quando non ci sono rumori. Allora il tempo fa come un fischio; ma è un fischio che vien da per tutto. Ad esempio si sente in cantina, e si sentirebbe a star sottoterra; o di notte, se è tardi. È un fischio che fa l’aria, e si sente non subito, ma a star fermi, dopo un po’. E credo che vuol dire che il mondo va avanti; o anche che il mondo è lì, già avviato, che gira. E se ci metti l’orecchio, dentro a un bicchiere, si sente proprio quel fischio, però concentrato.
Questa è una cosa che, per conto mio, andrebbe fatta sentire ai parlatori, e a quelli che ad esempio stan lì a proclamare il loro pensiero a destra e a sinistra. Io ci direi: senti il fischio del tempo, che lui non sa neanche chi sei.
Intanto, oggi, il tempo passa, e io di uscire mi sa che non se ne parla.
Tanto valeva andarci, in ufficio, anzi ci vado ora, del resto ho ancora le chiavi, voglio proprio vedere che cosa ha avuto il coraggio di rispondere, alla mia mail di ieri, che ore sono? È tardi, una giornata passata in casa, con fuori il sole, ed è già diventato tardi.
Appena arrivato in ufficio, una strana euforia, accendere il computer, guardare l’ora, controllare la posta. Non è arrivato niente.
Mi sento come uno che non lascia tracce, nella memoria.

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