Apr 13
Apr 13
G. doveva rimanere in quell’ospedale psichiatrico giudiziario solo un anno. E’ lì già da quindici mesi. Cose che capitano, a quanto pare.
Luogo ambiguo fin dal nome, contemporaneamente ospedale e carcere, che proprio per questa ambiguità rischia di non essere né ospedale né carcere, ma solo discarica. Luogo di mera custodia della sofferenza mentale. Territorio in cui vengono assistiti coloro che non possono essere curati all’esterno, “fuori”.
G. protesta per non essere ancora riuscito a telefonare, nonostante abbia presentato più volte l’apposita domandina. Gergo da scuola materna in un luogo di detenzione e di cura.
Un amico educatore, interrogandosi sugli effetti della necessità di presentare continuamente domandine, ha scritto: “Costringere l’internato a chiedere predispone il suo desiderio all’attesa non della cosa suo oggetto, ma della risposta. Quella richiesta deve essere autorizzata; quella autorizzazione insinua nella mente dell’internato la convinzione che nulla è oggetto di diritto, ma soltanto pratica di concessione, elargizione di premi”. G. deve chiedere tutto e tutto ciò che chiede può essergli concesso oppure no.
G. è chiamato da tutti “il professore”. Scrive molto e parla molto. Queste parole sono annotate sulla parete della sua stanza: “Causa finale e causa giusta quella dell’ordine supremo. Sue leggi e sue forze. La mia, come riferimento connaturale legittimo, è una causa giusta indiscutibilmente”.
Non so cosa abbia voluto dire. Forse non lo sapeva neanche lui.
A G. il luogo in cui vive a volte fa paura, ma giorno dopo giorno cerca di rendere dignitosa la sua sofferenza.
Forse, da lì, non uscirà più.
Ma G. non dovrebbe stare lì. Perché G. è un malato, non un carcerato. E se non sempre è possibile guarire, è però sempre possibile curare.
Desiderio di una libertà.
I muri di questo reparto
dovrebbero crollare,
noi dovremmo fuggire piccoli
con i nostri sacchi a pelo
appesi ai rami di una foresta
come bozzoli dondolanti
in cerca di avventure
da divorare
liberi nel volo.