Mar 21
Mar 21
Ieri son corso a un incontro con Marco Baliani, che è a Napoli per una serie di spettacoli al Mercadante. Dico son corso perchè poco prima ero dal commercialista, e andare dal commercialista può rovinarti una giornata. Ma invece, così, la giornata di ieri il commercialista non è riuscito a rovinarla.
Due anni fa, a Reggio Calabria, Baliani mi ha firmato un suo libro e lo ha dedicato a mia figlia che sarebbe nata dopo qualche giorno. Domani mia figlia compie due anni, ed ha un nuovo libro e una nuova dedica.
E quelle dediche parlano di memoria e di crescita e a me piacciono molto.
E mi piacciono molto alcune cose che ha detto e scritto Baliani, cose che parlano del raccontare.
“Per istinto sento che ogni raccontatore di storie è un protrattore d’infanzia, con occhi bambini dentro un corpo adulto.
Viviamo in un tempo in cui tutto aspira ad essere nominato correttamente, ogni cosa viene esposta in scaffali, vendibile, mercificabile, etichettabile.
I nomi stessi delle cose vanno perdendo qualsiasi mistero e ambiguità, si uniformano, diventano astrazioni invincibili che sottraggono alle cose la possibilità di essere esperite nella loro molteplicità.
La parola albero diviene una forma che contiene tutti gli alberi del mondo, univocamente. Il mio lavoro, di narratore e regista, in tutti questi anni, è stato quello di cercare sempre quell’albero lì, particolare e unico, quello di cui poter fare esperienza in un bosco, su un marciapiede, dentro un giardino. Quell’albero contiene un odore, un colore, un tatto, è un albero in movimento. La lotta per togliere quell’albero dal grande libro delle parole-contenitori è forse la mia battaglia personale, il senso oscuro e profondo che per istinto mi spinge ad agire, come un antitodo contro l’alito mortifero del mondo uniformato”
E poi una frase mi ha colpito alla fine. “Per me la vita è un urto, sono corpi che urtano contro le cose e la direzione dell’urto influenza la reazione del corpo”.
Ecco, secondo me, io le cose le urto nel modo sbagliato.