Set 16
Set 16
C’era una storia anche sul blog di Grazia.
C’era una storia che l’Alda raccontava sempre al più piccolo degli strambi, che essendo il più piccolo, senza la storia dell’Alda, di dormire non ne voleva sapere.
C’era una volta, iniziava questa storia, l’omino di un’insegna in ferro battuto, che stanco di segnalare dove andava il vento, e grazie a un moderno scienziato, ha preso vita, solo che lui, l’omino in ferro battuto, soprattutto nelle giornate senza vento, non sapeva dove andare, dopo aver preso vita.
Ho preso vita e non so dove andare, pensava.
L’omino in ferro battuto, un giorno, ha incontrato una bambina, che lo ha portato a conoscere il mondo, solo, dopo aver conosciuto il mondo, l’omino in ferro battuto ha capito che il mondo così com’era non gli piaceva, e allora, dopo averci a lungo pensato, ha raccontato una storia alla bambina che lo aveva portato a conoscere il mondo, una storia dove c’era un omino di ferro battuto che stanco di segnalare dove andava il vento, e grazie a un moderno scienziato, aveva preso vita, e dopo aver preso vita ha capito che lui non ne voleva sapere dei lavori normali, lui raccoglieva i colori, i raggi del sole e le parole, per tenerle strette nei giorni grigi dell’inverno.
E allora la bambina, tornata a casa, ha raccontato una storia al più piccolo dei suoi fratelli, li chiamavan Gli strambi, quei cinque fratelli, gli ha raccontato di un mondo dove c’eran solo omini delle insegne di ferro battuto che passavano il tempo a raccogliere i colori, i raggi del sole e le parole, per tenerle strette nei giorni grigi dell’inverno, e un giorno che in quel mondo è arrivata una bambina, per uno strano caso del destino, l’omino di un’insegna in ferro battuto l’ha portata a conoscere il suo mondo ed era un mondo bellissimo.
E così, ancora oggi, il più piccolo degli Strambi, si sveglia presto, ogni giorno, per raccogliere il suo raggio di sole.
Set 15
Il secondo post pubblicato da Grazia.
In realtà Gli strambi, a contar bene e a stare attenti ai dettagli, erano sei, ché uno dei fratelli, detto El Nan, quando era piccolo, aveva un amico immaginario, così quando si vedevano passare Gli strambi se ne contavano cinque, ma erano in sei, a passare.
Prima di conoscere il suo amico immaginario, El Nan aveva una gran paura dei fantasmi, diceva che i fantasmi stan dentro le nuvole ben nascosti, non si fanno vedere e si muovon veloci, dentro le nuvole, e a El Nan tutto quello che non si poteva vedere faceva paura.
Per questo El Nan usciva di casa solo nelle belle giornate di sole, quando era piccolo. E una bella giornata di sole che El Nan era uscito a giocar con gli amici si è trasformata d’improvviso, non era più una bella giornata di sole, era una giornata che il sole non si vedeva, per quante nuvole c’erano in cielo.
E successe che El Nan attraversò una nuvola bassa e arrivò in un paese dove vive solo gente trasparente e muta, gente che non si riesce a vedere, e a sentire. E El Nan, invece di aver paura di quello che non poteva vedere, pensò che quando una cosa è perfetta, quando è troppo bella e non si può immaginarla più bella con la fantasia, quella cosa dà malinconia e basta. E invece, questa gente trasparente e muta, si poteva immaginarla tutta e farla bella con la fantasia quanto si voleva.
E’ in questo posto che El Nan ha conosciuto il suo amico immaginario, o almeno così mi hanno detto.
Poi, crescendo, a El Nan accaddero due cose, perse tutti i capelli, che non ci fu verso di ritrovarli, per quanta buona volontà ci mettessero i fratelli, e con loro l’amico immaginario di El Nan, e gli prese una strana fissazione, tanto che si vedeva in giro sempre più raramente.
El Nan aveva deciso di conservare tutti gli articoli dei giornali e delle riviste che gli capitavano a tiro, tutti gli articoli dove c’eran scritte cose con le quali lui non era d’accordo, li conservava per poi un giorno portare ogni articolo al suo legittimo articolista, dirgli Guarda qui cosa pensavi!, convinto che avesse nel frattempo cambiato idea.
Poi però gli sembrò complicato portare avanti un progetto così ambizioso, raggiungere tutti gli articolisti in giro per il mondo, lui che non aveva mai lasciato il paese, allora si mise a scriver delle lettere, una per ogni articolo, e ogni lettera, El Nan, ci ha messo almeno un anno, e a volte di più, a tirarla giù precisa con tutti i pensieri ordinati come dovevano, e mentre scriveva vedeva i suoi sforzi e i suoi sogni tutti confusi in un unico fallimento e vedeva che questo fallimento poteva chiamarsi allegria.
Set 14
Ecco il primo post pubblicato da Grazia.
Ugo Benazzi, quand’era piccolo, lo chiamavano tutti Ombra, volendo far intendere che lui, quando stava con gli amici, non si allontanava da loro neanche un momento, era come un’ombra, per loro.
Ugo Benazzi da allora è cresciuto con una gran paura delle ombre, mi han detto.
Ugo Benazzi c’eran dei giorni che si sentiva solo, quando chiamava qualcuno da un call center, per dire, era contento, si faceva spiegare tutto per bene, ché gli faceva piacere avere un po’ di compagnia, poi chiedeva di ripetere tutto dall’inizio, che non aveva capito, poi non comprava niente.
Dopo, dai call center, non l’han più chiamato.
Ugo Benazzi quando era in strada che camminava, gli sembrava di veder delle ombre che lo seguivano, allora camminava più svelto, invece non lo seguiva nessuno, neanche le ombre.
Ugo Benazzi, è cambiato tutto da quando ha conosciuto l’Alda. Non che le abbia parlato, mi han detto, ma quando l’ha vista la prima volta era in estasi davanti a lei, per l’idea amorosa che aveva stampata nella testa, e in quel momento, con quell’idea amorosa stampata nella testa, Benazzi era come se poteva volare.
Ugo Benazzi, da quella volta lì, le ombre non gli fan più paura.
L’Alda, lei, era nata in provincia, aveva quattro fratelli, in paese li chiamavan Gli strambi, forse per via del fatto che la loro mamma li copriva di una quantità incredibile di vestiti, a vari strati, per paura che potessero congelare.
La loro mamma non si era ancora abituata al freddo del paese, veniva da fuori, quindi si son dovuti abituare loro, i suoi cinque figli, a esser chiamati Gli strambi.
Gli strambi ogni sera andavano al Parco della grande luna al Bar Cannone, ordinavano il solito, mai una volta che glielo servisse, il solito, il gestore del Bar Cannone. Si diceva che l’aveva chiamato così, il bar, perché per baciare sua moglie doveva salire su una scala di corda, Il solito potete scordarvelo, voi strambi, diceva ogni sera.
L’Alda, quando aveva dieci anni, si era messa in testa di fare l’artista, anzi si era messa in testa di esserlo già, un’artista, doveva solo comunicarlo al mondo, e come forma di comunicazione al mondo del suo essere artista scelse un’opera particolare, da lei concepita in un freddo mattino di gennaio.
In realtà cercava un’idea interiore cui dedicarsi per tutta la vita. È piacevole essere, su un punto, come dei matti, pensava.
Aveva preso tutti gli strati di vestiti, i suoi e quelli dei fratelli, li aveva portati nella piazza del paese, al centro, ne aveva fatta una montagna, un’istallazione di vestiti; la sua opera d’arte era pronta, solo nessuno l’ha considerata un’opera d’arte, han portato via tutti i vestiti al deposito comunale, la mamma è dovuta andare fin lì al deposito comunale a riprenderli.
Ancora si ricordano, in paese, di quando la mamma è andata al deposito comunale a riprender su i vestiti. Ancora di più si ricordano di quando è tornata in paese, la mamma.
Ora l’Alda non ci pensa più, a fare l’artista, ma le piace disegnare, più di tutto le piace disegnare il sole.
Se fosse riuscito a parlarle, un giorno, Ugo Benazzi le avrebbe chiesto Cosa ti piace disegnare a parte il sole?
Le nuvole, avrebbe detto lei.
Set 13
Da domani e per una settimana sono ospite del blog di Grazia. Ho pensato di rimettere mano ad alcune vecchie storie degli strambi, che avevo scritto per questo blog, e di vedere cosa ne esce fuori.
Magari mi vien voglia anche di scriverne altre, di storie degli strambi.
Ago 16
Ieri ero lì che camminavo per il centro, tornavo a casa dal lavoro, camminavo e mi guardavo intorno, lo faccio sempre, mi guardo intorno, ora, quando cammino, e c’era una casa, lì mentre mi guardavo intorno, che anche guardarsi intorno, ora, invece di guardare in terra, mentre si cammina, mi sembra una conquista, da quando ci riesco, e c’era una casa, ieri, mentre mi guardavo intorno, mi son fermato, facendo attenzione, guardare quella casa, era una casa che si stava dissolvendo.
Io, pensarci ora, non so come ho fatto a capirlo, che era una casa che si stava dissolvendo.
Quando son tornato dove abito, poi, ho guardato sul dizionario, dissolvere, che sarebbe come a dire disfare, separando e disordinando le parti che compongono quel tutto, o che componevano, sarebbe meglio dire, forse ancora ieri, o poco prima, quel tutto che era stato una casa, o anche mandare in frantumi, quella casa, son delle sottigliezze, queste, non sempre le capisco.
E non capisco, oggi, perché ci son tornato, a guardare quella casa, ho chiesto in giro, sempre guardandomi intorno, senza mai guardare in terra, mi han detto che devo fare così, ho chiesto in giro, senza mai guardare in terra, che se guardi in terra si capisce che hai le tue paure dentro, mi han detto.
La storia di quella casa me l’ha raccontata un vecchio, non so il suo nome, credo avesse cinquant’anni o forse meno, mentre raccontava aveva gli occhi chiusi, ma i suoi occhi chiusi vedevano molto più di quel che vedevano i miei occhi aperti, o almeno così mi sembrava.
Mi ha raccontato la storia di un’amicizia, e mentre raccontava, a volte sorrideva, i suoi occhi, quando li apriva, sorrideva, ma erano tristi, come se guardasse tutto da un dolore molto grande.
Era la storia di un’amicizia, ma era un’amicizia che si fondava sulla malattia e sul rancore e come amicizia era destinata a finire e infatti era finita, quindi si può dire che era la fine, di quell’amicizia, era la storia della fine di un’amicizia che era nata in quella casa e poi era finita, era destino, finisse.
Per loro, per il signore di cinquant’anni che mi ha raccontato questa storia, e anche per tutti gli altri, la casa è ancora lì, ma io l’ho vista, la casa che ha assistito alla nascita di una amicizia e poi alla fine, di quell’amicizia, io l’ho vista e si è dissolta, e la guardavo dissolversi, senza mai guardare in terra, guardavo la casa, che si dissolveva, mi guardavo intorno, senza mai guardare in terra, che guardare in terra fai vedere che hai le tue paure, io non guardavo in terra, guardavo la casa, che si dissolveva, la guardavo come se non avessi più paura