Giu 24
Giu 24
Dice che sul sito del Festival sociale delle culture antifasciste c’è l’audio completo del reading bolognese di Schegge di Liberazione.
Io volevo ringraziare Martina Raccanelli, che ha letto La Gina.
Apr 23
La Gina era pazza, o almeno han detto così poi dopo, alla fine della guerra, se mai è finita, quella guerra.
Sono una donna e io, come donna, non so cosa fare, andava ripetendo; sempre la stessa frase, eppure di cose ne aveva fatte la Gina, durante quella guerra che era appena finita, se mai era finita davvero. Ha un guasto della parola, avevano detto, ma non era la parola ad essere guasta.
Le donne, durante la resistenza, di cose ne avevano fatte, e così anche la Gina, e quelle cose le avevano fatte in un mondo inospitale e nemico, e nonostante quel mondo inospitale e nemico le donne partigiane sono state infermiere, staffette, informatrici.
E la Gina, lei, era stata, quasi per caso, una staffetta partigiana.
All’inizio portava viveri e indumenti e notizie da casa, a volte anche informazioni sui movimenti del nemico. Poi, quando questo lavoro che era nato spontaneo è stato organizzato, si è specializzata nel far la spola tra i centri abitati e i comandi delle unità partigiane.
Se c’era un ferito da nascondere, e gli altri del suo gruppo non potevano aspettarlo, rimaneva lei a vegliarlo, a prestargli le cure necessarie, a cercargli il medico, a organizzare il suo ricovero in clinica.
E no, non le pesava, sentiva di star facendo qualcosa di importante, in un mondo che era un mondo inospitale e nemico; solo, un giorno, ha iniziato ad aver paura, dicevano che la guerra stava finendo, ma non sembrava, Giusto ieri han preso la Silvia, dicevano, Chissà dove l’han portata, dicevano poi dopo.
Qualche giorno dopo han preso anche lei, la Gina, nessuno sa dove l’han portata, né come abbia fatto a scappare, si sa solo che aveva quel guasto della parola, quando poi è tornata, e quando è tornata, lei e il suo guasto, han preso ad avere paura anche i suoi parenti, Cosa possiam fare?, dicevano.
Grande amico del padre della Gina era il buon Carneluti, il calzolaio, lo riconoscevi dalle mani, che erano enormi, e anche dai piedi, enormi anche loro. Veniva dalla città, ma si era fatto la casa al paese e li aveva ospitati, in quei giorni, gli ultimi giorni di guerra, se poi si può dir finita, quella guerra, aveva ospitato il padre della Gina, la madre e anche lei.
La mattina si alzava presto, faceva un giro, poi, mentre loro dormivano ancora, preparava il caffè, lui aveva questa mania che quando c’erano ospiti doveva sempre preparar dei caffè, anche se in quei tempi ce n’era poco, di caffè, lui non poteva farne a meno, quando gli altri si svegliavano era già lì pronto il caffè. La moglie, l’unica cosa che diceva, Lui è fatto così.
Ed è in questo modo che a casa del buon Carneluti la Gina è stata salvata dall’esser morta.
Schegge di Liberazione - 211 pagine di post resistenti - si può scaricare qui (o in edizione economica ed ecologica qui) (grazie ai barabbisti)
Mar 06
Stavo leggendo 2666, di Roberto Bolaño, solo poi è uscito Dioblù, di Paolo Colagrande, allora l’ho preso, mi son messo lì a leggerlo, solo poi è uscito I malcontenti, di Paolo Nori, l’ho preso, son qui a leggerlo.
E a leggere I malcontenti, di Paolo Nori, una cosa che ho pensato subito, è che c’è molto di me, in questo libro, c’è se posso dirlo una sensazione e uno stato d’animo che è mio e, forse, di molti altri, che a spiegarlo non è facile, ma che in qualche modo ha a che fare con il sentirsi inadeguati, anche se viene da chiedersi rispetto a cosa, ci si sente inadeguati, ma per spiegarmi, se è possibile, è una cosa che ha a che fare con il fatto che probabilmente, io, e, probabilmente, molti altri, “i momenti in cui il nostro andare ha avuto un senso sono forse una frazione minuscola dei momenti complessivi della nostra vita”.
È una cosa, insomma, che ha a che fare con i momenti in cui il nostro andare ha un senso.
E poi, è inevitabile e lo so, nel mondo c’è anche delle persone che non lo sono, inadeguate, che stan bene nel loro ruolo e, soprattutto, stan bene nel mondo, ci stanno in un modo che noi, pensarci, non siam capaci, come quando sei in piscina con una bambina di quattro anni e pensi che c’è da stare attenti, a rivestirla, “prima le mutande, poi la maglietta di sotto, poi le calze. Poi i pantaloni, poi la maglietta di sopra, dopo le scarpe”. E quando sei lì in piscina, che pensi quanto c’è da stare attenti, guardare un signore sui sessant’anni che si riveste anche lui e lo fa con una cura e, contemporaneamente, una noncuranza, che si riveste benissimo, come se nella sua vita non avesse fatto altro che rivestirsi, una cosa che ti vien da pensare sarebbe bellissimo, vivere così, come quel signore lì che si riveste, stare al mondo come si deve, e senza pensarci.
Solo, non siam capaci, credo.
E vedere queste persone qui, come dire, si potrebbe pensare che proviamo un qualche sentimento come l’invidia, o qualcosa del genere, e forse è anche vero, però, pensarci, guardare le cose da una prospettiva diversa, come stendendosi sul letto di una bambina di quattro anni, guardare una finestra che non si è mai vista, da quel punto di vista, alla fine, in fondo, non puoi che pensare che son tutte balle.
E poi, volevo dire, questo libro qui non l’ho ancora finito. Per fortuna.
Gen 31
Quando scrivi una storia poi capita che la rileggi, tagli via delle cose, quelle che non ti convincono, capita poi che le cancelli, quelle cose, e allora ogni storia, pensarci, ha degli avanzi, delle cose che prima erano dentro, la storia, poi son finite fuori, dalla storia, io oggi mi chiedevo dove son finiti, questi avanzi delle storie, se son finiti da qualche parte, io non lo so, e poi dopo oggi mi chiedevo se anche le nostre storie, le nostre storie personali e singole, che è vero che di solito stan dentro delle storie più grandi e universali, ma alla fine rimangono pur sempre delle storie molto personali e molto singole, io oggi mi chiedevo se anche queste nostre storie hanno degli avanzi, delle cose che abbiamo tagliato fuori, magari non ci convincevano, non eravamo sicuri, allora le abbiam tagliate fuori dalla nostra singola e personale storia, e poi mi chiedevo dove son finiti, questi avanzi, se son finiti da qualche parte, io non lo so.
Dic 26
Io, ogni giorno, col lavoro che faccio, di volti ne vedo tanti, mai però che mi riesca di far due parole con qualcuno, le persone entrano una alla volta, nemmeno sanno che esisto, che son chiuso qui dentro.
Ci fa caldo qui dentro, lo spazio è poco e io sto seduto tutto il tempo, allora alla sera torno a casa a piedi, anche se è lontano, così faccio un po’ di esercizio, che star seduto tutto il tempo mi han detto che non fa bene.
Lavoro soprattutto di mattina presto. Ormai, anche da precario, son degli anni che mi rinnovano il contratto, quando vedo arrivare qualcuno riesco subito a capire come ha passato la notte, di che umore è, a volte cerco anche di immaginare come sarà il resto della sua giornata.
Chi viene da me si avvicina e scosta la tendina, si siede sullo sgabello girevole, controlla che gli occhi siano all’altezza giusta; cerca di assumere un’espressione disinvolta senza riuscirci, non ci riesce quasi nessuno.
Chi viene da me pensa che sia tutto automatico, anche le istruzioni che riceve pensa che siano solo una voce registrata, invece sono io a dirgli cosa fare, è la parte più divertente del mio lavoro; quando sono di buonumore faccio anche degli scherzi, che star qui tutto il giorno, far sempre le stesse cose, ci si annoia.
Poi, dopo le istruzioni, devo solo scattare le foto al momento giusto e il mio lavoro è quasi finito.
Perché quando qualcuno entra nella macchina automatica delle fototessere, quella che si trova nel cortile dell’ufficio anagrafe del Comune in Via Oronzo Massa, dentro ci sono io, a scattare le foto.
Mi piace, questo lavoro, avere un lavoro, di questi tempi, c’è da esserne contenti, anche le poche occasioni che ci son state, non ho mai voluto cambiarlo.
L’unica cosa che non sopporto, di questo lavoro, è star lì a soffiare sulle foto per farle asciugare.
[Non so se vale, visto che è l’adattamento di un vecchio post, ma le idee di Zop (in questo caso un racconto sul tema del precariato) mi piaccion sempre. Questo è il link al post del GioCOCOnCOrso]