Dic 13
Dic 13
Il vento porta via le orecchie, gli disse un giorno il bidello mentre andava via dalla scuola, quando era già quasi sulla strada di casa.
Quella paura, che il vento gli portasse via le orecchie, anche se eran passati degli anni gli era sempre rimasta, tanto che in inverno aveva sempre il cappello calato fin sopra le orecchie e c’era chi scherzava su questa cosa, e anche su altre che lo riguardavano, ma lui sembrava non farci caso, a quegli scherzi.
Lui per la maggior parte del tempo stava in casa, usciva solo, a volte, per bere dei bicchieri di bianco giù in paese e far poi delle fantasticazioni, che era la cosa che gli riusciva meglio, anche se fare delle fantasticazioni non lo portava da nessuna parte, o almeno così gli sembrava.
E a quella paura, che il vento gli portasse via le orecchie, se ne erano nel tempo aggiunte altre, e poi altre ancora. Anche nelle giornate di sole, capitava spesso che in testa gli si aprisse un buco di buio e in quei momenti si può dire che un ipotetico amico, o anche un semplice conoscente, a incontrarlo si sarebbe trovato davanti un io fragile, l’io di un disperso.
Ed era proprio così, che si sentiva, uno che portava in giro l’io di un disperso, uno che stava dentro il suo corpo solo perché non aveva altri posti dove andare.
I giorni che sopportava meno erano i giorni in cui cadeva il natale, ché secondo lui eran proprio dei giorni che cadevano e in cui tutti si sentivano obbligati ad essere felici e a non sentirsi dispersi come di solito erano. Ogni anno così.
Poi è successo che una notte, quasi per scherzo, era seduto in casa, ha iniziato a parlare con le sue paure, loro gli hanno risposto, non se l’aspettava. Gli han raccontato di loro, gli han detto da dove vengono, come scelgono le persone con cui stare, gli han detto che alle volte, ma solo ogni tanto, anche a loro vengon su delle paure, e allora si siedono, iniziano a parlarci, si fan raccontare delle cose, dalle loro paure, poi dopo son più tranquille. Che a parlare, gli han detto, poi dopo si è sempre più tranquilli.
Così, l’ultima notte di natale, giusto qualche giorno fa, ha deciso di uscire, non aveva nessuna paura, gli sembrava di confondersi con il vento, riusciva quasi a volare.
[con un grazie a Sir Squonk, che ha inserito questo post nella annuale raccolta dei Post sotto l’albero]
Nov 02
No, oggi al lavoro non vado, ecco cosa mi ci vuole, una giornata di riposo, una giornata tutta per me, saranno anni che non lo faccio, una giornata tutta per me. E poi no, non ho nessuna voglia di prendere posta, dopo quel che è successo ieri, la mail che ho mandato, oggi non accendo il computer, ecco cosa mi ci vuole, una giornata tutta per me e una giornata senza accendere il computer.
Sì, ma se non vado al lavoro, in fondo l’ho deciso già ieri sera, che ci faccio, qui, a rigirarmi nel letto alle sette di mattina? Che poi, pensarci, ma vedi a cosa vado a pensare, eppure ci penso, è ormai un anno che Valentina è andata via, da questa casa, e io ancora, ogni mattina, apro gli occhi e mi volto verso il suo lato del letto, anche se sarebbe meglio dire verso quello che era il suo lato del letto.
Lei era quella che aggiustava tutto, non voleva che qualcosa si rompesse, se succedeva, lo rimetteva insieme, quel qualcosa che si era rotto, diceva che bisogna fare degli sforzi, ogni tanto, e incollare i pezzi che sembrano rotti. Due pezzi rotti incollati, sembrano un pezzo intero, anche se un poco più strano.
Io invece, se una cosa si rompeva, subito la buttavo via, sembra un dettaglio, pensarci ora non lo è. Difficile far degli sforzi, per me.
Vado a farmi un caffè, ormai sono sveglio, mentre aspetto che esca, il caffè, magari accendo il computer che ho qui a casa, ma solo per un attimo, poi, è deciso, mi ci vuole una giornata tutta per me, una giornata senza accendere il computer, una giornata di sole, si deve uscire, far cose.
Solo, far cose, non son più abituato, mi sembra.
Guarda qui, sono già le undici e sono ancora al computer.
Mi viene in mente una cosa che ho letto, stava dentro un libro, diceva che il tempo si sente passare. Ma piano, pianissimo. Si sente appena appena. Quando non ci sono rumori. Allora il tempo fa come un fischio; ma è un fischio che vien da per tutto. Ad esempio si sente in cantina, e si sentirebbe a star sottoterra; o di notte, se è tardi. È un fischio che fa l’aria, e si sente non subito, ma a star fermi, dopo un po’. E credo che vuol dire che il mondo va avanti; o anche che il mondo è lì, già avviato, che gira. E se ci metti l’orecchio, dentro a un bicchiere, si sente proprio quel fischio, però concentrato.
Questa è una cosa che, per conto mio, andrebbe fatta sentire ai parlatori, e a quelli che ad esempio stan lì a proclamare il loro pensiero a destra e a sinistra. Io ci direi: senti il fischio del tempo, che lui non sa neanche chi sei.
Intanto, oggi, il tempo passa, e io di uscire mi sa che non se ne parla.
Tanto valeva andarci, in ufficio, anzi ci vado ora, del resto ho ancora le chiavi, voglio proprio vedere che cosa ha avuto il coraggio di rispondere, alla mia mail di ieri, che ore sono? È tardi, una giornata passata in casa, con fuori il sole, ed è già diventato tardi.
Appena arrivato in ufficio, una strana euforia, accendere il computer, guardare l’ora, controllare la posta. Non è arrivato niente.
Mi sento come uno che non lascia tracce, nella memoria.
Set 08
Io, una cosa che non sopporto, son quelli che ti chiudono il portone del palazzo mentre che stai entrando spensierato. Sei dietro di loro, stai entrando spensierato, loro ti guardano come a dire Non ti conosco, lo so che vuoi portarti via tutti i miei averi, non ti faccio entrare. Che poi devo tirar fuori le chiavi, che non è mai facile, trovarle, poi aprire con quelle. Che ci abito anch’io, qui, vorrei dirci.
Poi, se ci hanno la pelle colorata, quei che stanno per entrare spensierati dietro di loro, è peggio. Non si entra, qui, sembra che ci hanno una scritta che lampeggia, da qualche parte sopra al corpo, dev’essere una tecnologia che non conosciamo ancora, la scritta lampeggia, dice Non si entra, qui. E quei che hanno la pelle colorata non entrano, devono rivolgersi a tecnologie sorpassate, come il citofono, farsi aprire.
Allora stasera, ero lì che uscivo per comprar delle cose che non c’erano, in casa, una signora ha detto Grazie, mi fa entrare?, ci ho detto No, aveva la faccia di una che a me, mi sembra, non mi aveva fatto entrare, una volta. Che dev’essere davvero una tecnologia sorprendente e sconosciuta, questa, ma a me, da qualche parte del corpo, è uscita fuori una scritta, mi sa che lampeggiava anche, diceva Rivolgiti a tecnologie sorpassate, Citofona, se vuoi entrare.
Ago 27
Io colleziono segreti, li metto in fila e li conservo nei pensieri.
Se ne trovano ovunque, di segreti, basta saper osservare, stare attenti, ce ne sono di tutti i tipi e son tutti diversi, i segreti, io li colleziono e li metto in fila nei pensieri.
Solo, un giorno, mi è capitato di trovarci due segreti uguali, nella mia collezione, non era mai successo, e da quel giorno, i miei segreti, non mi riusciva di farli stare in fila nei pensieri, era una situazione tutta confusa e dolorosa e non succedeva niente che la facesse cambiare. E in questo modo sono entrato in uno stato di malcontento e di smania e da questo stato non c’era verso di uscire, o almeno così mi sembrava in quei giorni confusi e dolorosi.
Poi, in una giornata che c’era un forte vento, le cose sono cambiate in un modo da non credere. Che a me piace, il vento, secondo me è nelle giornate di vento che l’umanità ha avuto le sue principali intuizioni. Ma il vento, se è troppo, fa fare anche degli errori balordi, a volte, come in quella giornata che c’era un forte vento e le cose sono cambiate in un modo da non credere, come dicevo.
Lug 16
Oggi sono andato alla biblioteca nazionale, che alla biblioteca nazionale han conservati anche i giornali degli anni passati, quelli nazionali ma anche quelli locali, e io dovevo leggere un bel po’ di questi giornali, quelli locali, in particolare, per il nuovo numero di una rivista, numero fatto tutto di lettere ai giornali, quelli locali, in particolare.
Allora ho poi trovato due lettere che mi son piaciute, le ho copiate, ho pensato di trascriverle qui. Una raccontava di un signore di Napoli, il signor Andrea Esposito, che aveva così in odio il suo nome che ha avviato le pratiche per cambiarlo. Oggi, diceva la lettera, dalle ore 12, il suo nome è Ciro Esposito, ma nel quartiere tutti continuano a chiamarlo Andrea.
Una invece diceva che in data 15 agosto, il signor Augusto Pedretti, di anni 88, durante la sua nuotata mattutina, ha scoperto in zona Torre Normanna, nella provincia di Salerno, una grotta sulfurea, sul cui fondo si trova una bocca direttamente aperta nella roccia, dalla quale fluisce un getto costante di portata abbastanza rilevante, di acqua sulfureo-magnesiaca, con scaturigini in lontanissima zona vulcanica.
Si è poi evidenziato che l’acqua, assunta per bocca, ha azione blanda lassativa e disintossicante; usata per bagno, riesce salutare per molte affezioni della pelle e se riscaldata può essere di gran giovamento per affezioni di natura reumatica.
Questa seconda lettera finiva chiedendo al direttore del giornale se secondo lui era possibile sfruttare commercialmente quest’acqua, se in altre parole era possibile farci su dei soldi.
Poi, visto che ero lì alla biblioteca nazionale, ho chiesto se c’era una copia di un libro che cerco da tempo, Coniglietto Salterello, si chiama questo libro, non c’era.
[tutta colpa di Alessandro, questo post]