Ieri, per 'colpa' ;) di questo post su 'e io che mi pensavo che la vita del blogger erano tutti fiorellini' ho ripreso in mano il sommo 'Sommario di decomposizione' di E.M. Cioran. Il consiglio di lettura veniva dal mio amico sbirro in cambio di 'Trame atlantiche' di Sergio Flamigni: due modi di rovinarsi la vita differenti nichilismo vs cospirazionismo :)
Per fare una citazione di la', mi sono divertito a leggere cosa io, nell'estate 2003 con due metatarsi rotti ed una gamba ingessata a fare free-camping in riva al Bussento in tenda con Valeria, ho sottolineato con un pastello blu. In ordine:
- In ogni uomo sonnecchia un profeta, e quando si risveglia c'e' un po' piu' di male nel mondo.
- L'abbondanza delle soluzioni agli aspetti dell'esistenza e' pari solo alla loro futilita'.
- [...] esiste una dignita' che ci preserva dallo scomparire in Dio e che trasforma tutti i nostri istanti in preghiere che non faremo mai.
- La noia, questa convalescenza incurabile...
- Che gusto c'e' quando gli dei non muoiono sotto i nostri occhi?
- [...] chi parla a nome degli altri e' sempre un impostore.
- L'infelicita' costituisce la trama di tutto cio' che respira: ma le sue modalita' si sono evolute, hanno formato quella successione di apparenze irriducibili che induce ognuno a credere di essere il primo a soffrire cosi'. L'orgoglio di questa unicita' lo incita a invaghirsi del proprio male e a sopportarlo. In un mondo si sofferenze, ciascuna e' solipsistica rispetto a tutte le altre.
- La differenza tra intelligenza e stupidita' sta nel modo di maneggiare l'aggettivo, il cui uso uniforme costituisce la banalita'.
- [...] l'uomo qualifica in modo sempre diverso la monotonia della sua infelicita' [...]
- [...] gli attributi con cui definiamo le cose e le sensazioni giacciono alla fine davanti a noi come carogne verbali.
- Vogliamo imporci di vedere in fondo alle parole? Non si vede nulla, per il motivo che ognuna di esse, staccata dall'anima espansiva e fertile, e' vuota e inconsistente. Il potere dell'intelligenza si esercita a proiettare lustro su di esse, a levigarle e a renderle splendenti; questo potere, eretto a sistema, si chiama cultura - fuoco d'artificio dietro il quale c'e' il nulla.
- Perche' mai Dio e' cosi' scialbo, cosi' fiacco, cosi' scarsamente pittoresco?
- Che gusto c'e' quando gli dei non muoiono sotto i nostri occhi?
- Abbiamo trasferito nel nostro doppio tutti i nostri attributi e, per rivalutarlo con una parvenza di solennita', lo abbiamo vestito di nero: le nostre vite e le nostre virtu' in lutto. Dotandolo di cattiveria e di perseveranza, nostre qualita' dominanti, ci siamo affannati a renderlo il piu' vivo possibile; abbiamo consumato le nostre forze per creare la sua immagine, per farlo agile, vivace, intelligente, ironico, e soprattutto meschino. Le riserve di energia a nostra disposizione per creare Dio erano minime. Allora ricorremmo all'immaginazione e a quel po' di sangue che ci restava: Dio non poteva essere che il frutto della nostra anemia - un'immagine malferma e rachitica. Egli e' mite, buono, sublime, giusto. Ma chi si riconosce in questo intruglio dal profumo di acqua di rose relegato nella trascendenza? Un essere senza duplicita' manca di spessore e di mistero; non nasconde nulla. Soltanto l'impurita' e' segno di realta'.
- Se i pomeriggi domenicali si protraessero per mesi, dove andrebbe a finire l'umanita', emancipata dal sudore, libera dal peso della prima maledizione? L'esperimento varrebbe la pena d'esser fatto. Con ogni probabilita' il crimine diverrebbe l'unico svago, la dissolutezza parrebbe candore, l'urlo melodia e il sogghigno tenerezza. La sensazione dell'immensita' del tempo farebbe di ogni secondo un supplizio intollerabile, una cornice da esecuzione capitale. Nei cuori pervasi di poesia si insedierebbero un cannibalismo annoiato e una tristezza da iena; i macellai e i carnefici morirebbero di languore; le chiese e i bordelli risuonerebbero di sospiri. L'universo trasformato in pomeriggio domenicale: e' la definizione della noia - e la fine dell'universo...
[...] Gli sfaccendati afferrano piu' cose e sono piu' profondi degli indaffarati: nessun compito limita il loro orizzonte; nati in un'eterna domenica, essi guardano, - e si guardano guardare. La pigrizia e' uno scetticismo fisiologico, il dubbio della carne. In un mondo ebbro d'ozio soltanto loro non sarebbero assassini. Ma essi non fanno parte dell'umanita' e, poiche' il sudore non e' il loro forte, vivono senza subire le conseguenze della Vita e del Peccato. Non facendo ne' il bene ne' il male, disdegnano - spettatori dell'epilessia umana - le settimane del tempo, gli sforzi che asfissiano la coscienza. Che cosa potrebbero temere dal prolungarsi illimitato di certi pomeriggi se non il rimpianto di aver sostenuto evidenze palesemente elementari? allora l'esasperazione nel vero potrebbe indurli a imitare gli altri e a cedere alla avvilente tentazione del lavoro. Questo e' il pericolo che incombe sulla pigrizia - miracolosa sopravvivenza del paradiso.
L'unica funzione dell'amore e' quella di aiutarcia sopportare i pomeriggi domenicali, crudeli e incommensurabili, che ci feriscono per il resto della settimana - e per l'eternita'.
Senza l'impulso dello spasmo ancestrale, ci occorrerebbero mille occhi per lacrime nascoste, oppure unghie da rosicchiare, unghie chilometriche...
E sono solo a pagina 38/222, ma mi sono seccato di fare l'amanuense e il libro e' praticamente mezzo blu. Il meglio deve ancora venire: costa 13 euri. Chiudo con una una (no... no ce la faccio... a me fa crepare dal ridere: 'Il vero credente si distingue a malapena dal folle: ma la sua follia e' legale, e' ammessa; se le sue aberrazioni fossero scevre di qualsiasi fede egli finirebbe in un manicomio.') che e' tra le mie preferite anche perche' saro' medico:
E' successo nella sala d'aspetto di un ospedale: una vecchia mi spiegava i suoi malanni... Le controversie degli uomini, i cataclismi della storia: dei nonnulla ai suoi occhi; nello spazio e nella durata non regnava altro che il suo male. 'Non posso mangiare, non posso dormire, ho paura, dev'esserci del pus' sciorinava accarezzandosi la mascella con un interesse che non sarebbe stato piu' grande se da quella fossero dipese le sorti del mondo. Tale eccesso di attenzione a se' da parte di una donnetta decrepita li' per li' mi lascio' indeciso fra lo spavento e il disgusto; poi uscii dall'ospedale prima che arrivasse il mio turno, deciso a rinunciare per sempre ai miei dolori.
'Cinquantanove secondi per ciascuno dei miei minuti' rimurginavo per strada 'sono stati dedicati alla sofferenza o... all'idea di sofferenza. Magari avessi avuto la vocazione della pietra!'
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